domenica 9 novembre 2014

Da Torino alla Provenza con un Burgman 650: diario di viaggio costellato di riflessioni

Eccomi qua! Finalmente ho ripreso la via in sella al mio Burgman. Il viaggio tanto atteso accarezza la mia anima di viaggiatore. Legati uno all’altra, danno un senso ai miei giorni, per restare vivo sotto il cielo, per andare nel vento che porta con sé sogni e libertà. Almeno quella piccola, minuta e segreta. Gli occhi si gonfiano di immagini, scattano istantanee, una dietro l’altra, come i fotogrammi di un lungometraggio senza finale.
Parto da Torino. Imbocco l’autostrada per Cuneo e poi allungo sulla statale 20 che sale fino al Col di Tenda. Ecco Borgo San Dalmazzo e, più in alto, Limone Piemonte. Scivolo tra le curve, una dopo l’altra, con dolcezza, mi arrampico sugli otto tornanti che terminano la strada davanti al tunnel.
Mentre l’anno scorso avevo scelto il Frejus, lunga serpe che penetra nelle viscere del monte, quest’anno devo optare per la galleria che attraversa il Col di Tenda – più breve, ma ugualmente inquietante. E’ stretta e si percorre a senso alternato. Il transito è regolato da un semaforo e le attese possono durare anche quindici minuti. Una vera sofferenza sotto il sole implacabile di questa fine agosto del 2012. Appena ripresa la via dei tornanti si scende per poi risalire e percorrere la valle stretta che costeggia il torrente Roya. Il panorama è mozzafiato. Si corre lungo pareti a strapiombo. Piú in basso, il torrente disegna le rocce con la sua tenacia. Poche ciance… io ho fame!
Mi fermo a Breil sur Roya. Mi siedo nel dehors di una piccola trattoria. Chiedo una birra gelata alla ragazza che mi serve con gentilezza. Accendo una sigaretta aspettando un’insalatona che si rivelerà più che degna di attenzione.
Poco distante è seduto un clochard. Sta su una panchina. Immobile. Troppo vestito per questo caldo – afoso anche in mezzo ai monti. Ha con sé un rotolo di fogli. I suoi disegni, credo. Ha lo sguardo fisso davanti a sé. Spesso si incrocia con il mio. Cosa ti posso offrire fratello? Come posso… Vorrei… Chi sono io per pensare al tuo destino? Gli darò qualcosa. Mi saluterà con un grande sorriso nascosto dietro un barbone grigio e la sorpresa per il gesto amico inatteso. Non ci incontreremo mai più, qualcosa di me ti ho lasciato. Tu hai fatto lo stesso, a tua insaputa.
Torno sulla strada. Le pareti di roccia che la costeggiano ora scendono quasi a picco sul torrente. Mi riportano indietro nel tempo. Ho percorso molte volte questa statale e, a tratti, rivedo scorci che credevo appartenessero solo al passato. Come quel breve rettilineo che costeggia la ferrovia. Lo percorrevo un venerdì notte a velocità sostenuta. Piovigginava. A un tratto dal buio è spuntato un cane in corsa e solo una frenata decisa mi ha permesso di non investirlo. Se dietro di me fosse arrivata un’altra macchina non lo ricorderei con tanto sollievo.
Il buio si riprende subito il cane. La strada è di nuovo deserta. Rimango qualche istante fermo, ad ascoltare i giri del motore al minimo. E’ strano come certe immagini del passato rimangano nell’album dei ricordi mentre quasi tutto il resto dei giorni si perde, si sparpaglia, precipitando in un libro dalle pagine tutte bianche. Eppure li abbiamo vissuti quei mille risvegli e le sere e le notti. Dove finiscono le memorie delle piccole cose di ogni giorno? Lavarsi i denti è sempre la stessa operazione, ma quanti volti si sono incrociati vivendo, così tanti da non riuscire a contarli. Tutte quelle scene si disperdono nel tempo come le figure grottesche in un quadro di Bruegel. Eppure ognuna appartiene a un ordine preciso, misterioso.
Dall’Italia alla Francia e poi di nuovo dalla Francia all’Italia, fino al casello che saluta Ventimiglia per lasciare il passo all’autostrada verso Mentone. Il caldo è davvero insopportabile. Che sia l’una o l’altra corrente atlantica, certo è che la Terra ha modificato il suo respiro e noi continuiamo a vivere come ieri e ieri l’altro. Chissà cosa sarà domani. L’attesa non è mai cosciente. Qualcosa accade all’improvviso e non sapevamo di aspettarla. Poi ne perdiamo il ricordo per essere presenti a qualcosa di nuovo. In fondo tutto è già stato vissuto.
Continuo sulla autostrada francese. Mentone. NizzaMonacoAntibesCannes. Basta! Fa troppo caldo… In sella al mio Burgman sembra di guidare infilato in un gigantesco inesorabile mostruoso fon. Esco a Cannes. Troppo traffico, me ne vado verso Grasse, nella terra della lavanda e delle preziose essenze. Già i profumi… Patrick Suskind scriveva “il profumo è il fratello del respiro?” Ci penserò domani. Ora ho bisogno di una doccia e di una birra gelata.
Grasse è a pochi chilometri dal casello di uscita di Cannes Centro. Vado in cerca di un hotel ‘rigorosamente’ con piscina. Giro e rigiro. Di quà di là. Torno indietro. Attraverso il centro. Mi ritrovo fuori. Di hotel neanche l’ombra. Pare che qui ci siano solo residence. Cavolo! Ancora altre strade che girano in tondo. Basta! Giro in direzione Draguignan (?). Magari si trova qualcosa. Nulla e poi ‘sto Draguignan è a 50 chilometri. Meglio tornare indietro, verso Grasse.
Hotel de la poste Grasse ProvenzaAll’improvviso, appena entrato in un paesotto che si chiama Peymeinade, vedo un piazzale alberato davanti a l’Hotel de La Poste. Un due stelle con piscina! Ci sono camere libere. L’albergatore, gentilissimo (credo di origina algerina) me ne mostra due. Mi fa scegliere. Prendo quella d’angolo che dà sul giardino dove si trova la piscina.
I corridoi dell’hotel odorano di pulito, di tintura fresca. L’albergatore mi spiega che lo ha appena rilevato dalla precedente proprietaria e sta ultimando gli ultimi lavori. Il ristorante è ancora chiuso. Esco. Parcheggio a modo il Burgman. Salgo in camera poso la borsa e scendo a bere una Perrier in giardino. Fumo. Smaltisco un po’ di calore accumulato. La piscina mi chiama irresistibilmente. Torno in camera. Infilo il costume e ridiscendo per andare a tuffarmi in piscina. Wow! L’acqua è quasi calda, risente lei pure del calore del sole. Nuoto per qualche vasca. Sto a mollo. Mi rilasso. Rinasco.
La cameretta, piccola piccola, è arredata in stile vagamente moresco, almeno nei tendaggi. Ha anche un balconcino, qui mi siedo e inizio a scrivere queste paginette. Scatto qualche foto.
Dopo una doccia rilassante, esco. Vado a cenare là dove mi è stato consigliato. Il ristorante ‘Le Jardin de Camille’, che si rivelerà una buona scelta. Una niçoise e un filetto di branzino. Due birre e un sorbetto al limone. Che mangiata!
Meno male che devo camminare un pochetto prima di tornare in hotel dove sono ora, sul balconcino, a torso nudo, mentre scrivo queste poche righe sotto un cielo avaro di stelle, il resto è nascosto dall’afa. Ora è buio. Fa ancora caldo… La notte è immobile. Non un rumore dal cielo. Credo proprio che farò un’altra doccia.
Al mattino il gestore dell’hotel mi prepara una sostanziosa colazione alla francese. Caffè pessimo, due meravigliosicroissant (solo in Francia si possono gustare quelli autentici, nella forma e nel gusto), burro, marmellata e addirittura tre tranci di baguette. Tralascio il pane, ma non certo le brioche. Il gestore si chiama Zoubir, avevo ragione: è algerino. Gli chiedo se posso scattare qualche foto nella hall. Ai muri sono appesi vari quadretti di origine marocchina.
Ce ne sono due con dei coltelli tradizionali. Davvero belli. Zoubir mi offre dell’altro caffè. Lo ringrazio per la sua singolare gentilezza. E’ un uomo anziano, ma vigoroso e molto efficiente. Entrambi concordiamo malinconicamente sui tempi che cambiano in peggio il comportamento delle persone, sul come la gentile disponibilità, che mi ha offerto sin dal mio ingresso nel suo hotel, sia sempre meno spontanea. Ci raccontiamo dei rapporti umani tutti oramai centrati solo sull’interesse personale. Anche i sorrisi a volte sono solo meretricio. Sarebbero così semplici l’immediatezza e la sincerità, ma, è risaputo, gli imbecilli si moltiplicano più rapidamente dei sorci. Saluto Zoubir. Mi augura buona strada e contraccambio con un’intesa e un ringraziamento.
Carico il Burgman. Riparto sazio di una serenità sempre più rara di questi tempi. Va custodita gelosamente con cura particolare.
A Grasse si può scegliere tra le proposte di tante e tante profumerie. Alcune risalgono addirittura al 1700. Ognuna offre visite guidate gratuite dei propri laboratori, accompagnati da hostess, preparatissime e capaci in più lingue. Si entra nel mondo incantato dei misteri delle essenze profumate. Alambicchi e provette, bottiglie e aromi che fanno girare il capo.
Mi fermo alla Parfumerie Galimard, che si trova sulla via di Cannes. Scopro che ci si può anche prenotare e iscrivere a dei mini stages di due ore, durante i quali ci si sbizzarrisce nel preparare e scegliere, tra i vari ingredienti, il proprio profumo. Una sciccheria.
Mi limito a scegliere un profumo per mia moglie. Lei gradisce le essenze al garofano e per fortuna le trovo. Bene, ora è il momento di rimettersi in sella alla volta dell’Italia.
Il Burgman si fa docile sull’autostrada. Non corro. Il traffico è intenso e io non ho fretta. Faccio una sosta nell’ultimo autogrill francese prima della vecchia frontiera. C’è un belvedere che domina dall’alto il principato monegasco. Meglio della visione della baia, richiama la mia attenzione una diavoleria di distributore di patatine fritte, fatte al momento. Non ci credo e non ci provo nemmeno.
Mentre ci penso, una coppia in sella a un KTM 990 parcheggia dietro al Burgman. La moto è nuovissima.
– L’ho comprata a marzo e ho già fatto un bel po’ di chilometri.
– Da dove arrivate?
– Dalla Normandia. Un caldo infernale! Addirittura 45 gradi!
– Sì… è davvero insopportabile. Come ti trovi con il KTM?
– Benissimo! E’ andato benissimo, a parte una foratura sui Pirenei. Sai… Abbiamo fatto qualche deviazione…
– Anch’io sono molto contento del Burgman. E’ comodo, veloce, sicuro e poi ha tanto spazio a disposizione. Certo… non è una moto, ma è davvero un buon mezzo.
– Lo conosco. Ce l’ha un mio amico. Ma che c’entra… anche se non è una moto e sei contento…
– Beh… Sì, lo ammetto. Mi piace molto. Però ho l’idea che la moto offra qualcosa in più… Di diverso…
Ci salutiamo. Vorrei dirgli che la mia idea di viaggio è avventura in libertà. Imparare a vedere con occhi diversi il mondo che attraversiamo. Sentire il cielo sopra di sé. Entrare nei giochi del vento. Sentire le braccia e il corpo che dominano la strada.
Me ne vado.
Acc!… Non mi accorgo dell’uscita di Ventimiglia e mi ritrovo, otto chilometri dopo, a Bordighera. Lascio l’autostrada e imbocco la via Aurelia per tornare a Ventimiglia e riprendere la statale del Col di Tenda. Un traffico assurdo mi fa rimpiangere la strada di montagna. Semafori e code infinite mi rallentano, mi sfiancano.
Finalmente intravedo il cavalcavia che segna l’uscita da Ventimiglia. Che caldo…
Per non farmi mancare nulla, mi fermo in una trattoria, prima di inerpicarmi verso la strada del colle. Che meraviglia la frittura mista con il pescato della notte prima! Peccato che non posso bere del vino, così come quel piatto meriterebbe. Mi accontento di una birretta.
Dopo il caffè vedo solo la strada e il monte. Il traffico non è tale da impedirmi di gustare il panorama disegnato dalle rocce. I paesini appoggiati alle pareti sembrano presepi.
Attraverso Breil sur Roya. Mentre sono fermo a un semaforo, scorgo il clochard del giorno prima. Seduto immobile sulla stessa panca. Lui non mi vede. Dentro di me lo saluto e gli auguro migliore fortuna. Poi salgo salgo e di nuovo il tunnel e poi la discesa. Limone Piemonte, Borgo San Dalmazzo ed ecco che all’improvviso si risveglia dietro di me il dio della pioggia. Mi insegue. Come l’anno scorso mi raggiunge e di nuovo, nonostante l’afa, mi scarica addosso il suo dispetto.
Mi fermo sotto un ponte. Indosso l’antipioggia e fuggo via. Anche questa volta ti lascio alle spalle, dio delle tempeste! Il mio Burgman mi porta a un autogrill. Scendo di sella. Mi volto e vedo i nuvoloni neri lontano che mi stanno ancora cercando in mezzo ai monti.
Ormai sono a casa.
Dario Arpaio

Da Torino a Giverny con un Burgman 650, tra pioggia, vento e tante emozioni

Domenica 21 agosto 2011: partenza da Torino. Il tempo è quello del viaggio e della scoperta e che gli dèi mi accompagnino. Ho un itinerario di massima: visita alla casa di Monet a Giverny, 75 chilometri a nordovest di Parigi, poi rotta verso i luoghi del D-Day, condizioni meteo delle Normandia permettendo.
La strada da Torino si arrampica verso il Frejus. Poco traffico. Anche nella mente. Due ruote è sensazione di libertà tale che poche altre occasioni permettono di sperimentare. Sono solo con me stesso e il Burgman. Guido dentro i miei pensieri. Mi avvolgo nel vento.
Poi, ecco il tunnel. E’ un buio lungo e crea un certo turbamento. Man mano che i chilometri si susseguono, aumenta il calore, cresce il disagio. Mi fa sentire un intruso nel cuore di pietra del Signore della Montagna.
Appena fuori tutto si fa più leggero con la discesa.
Qualche saluto volante mi arriva dai pochi biker che si incrociano lungo un’autostrada, fortunatamente, quasi deserta. Quel cenno della mano sinistra, semplice e beneaugurante, mi procura sempre una certa emozione. Come riconoscersi tra uguali, in una dimensione diversa: siano essi gli ‘uccelli d’altura’ cari a Bernard Moitessier, o i cosiddetti duri ‘onepercenters’ (quelli puri almeno). Comunque liberi. Non chiusi nelle auto, ma pellegrini del vento. Caldo o freddo, pioggia o altro, diversi nel modo di viaggiare, di sentire la strada, a ogni sobbalzo, dalle ruote alle mani, sotto il cielo, che è tutto nostro.
Verso Lione il traffico aumenta e, in modo esponenziale, anche il caldo, che si fa soffocante. Cavolo! Non ho considerato che una domenica di fine agosto è tempo di rientro dalle ‘grandes vacances’. Le aree di sosta sono prese d’assalto. Non c’è posto all’ombra. I ragazzini strepitano. I genitori anche. Ma in quanti siamo! A ogni svincolo di una certa importanza si formano lunghe code. Le passo a filo della corsia d’emergenza, a 30-40 all’ora, cautamente, ma le passo. Il caldo aumenta. Ma quanti gradi saranno mai! Non oso leggerli sul cruscotto del Burgman. Chissenefrega.
Alla fine della giornata ho calcolato di avere bevuto 2 litri d’acqua e 1 litro di Gatorade.
Màcino chilometri, ma la media rimane molto bassa, il che scombina il piano di viaggio. Maledetto caldo. Solo il Burgman non mostra segni di sofferenza. Non credo di farcela ad arrivare a Giverny nella grande tappa di 842 km che avevo previsto in partenza. Il caldo e il traffico mi stanno sfiancando. Allora, per non pensarci, mi adagio in qualche ricordo. La moto ti fa sentire tutto tuo.
Un’occhiata alla cartina e decido di fermarmi a Auxerre, dopo circa 620 km. Pernotterò da qualche parte e il mattino dopo di nuovo in sella per una visita lampo da Monet a Giverny e poi rotta verso le spiagge dello sbarco in Normandia. Sembra una soluzione discreta. Nonostante tutto mi sento bene, libero, stanco, ma ricco in spirito se non proprio nel corpo. La moto può risultare anche una buona medicina.
Auxerre è deserta. Non un cane per le strade. Mi dirigo verso il centro alla ricerca di un albergo per la notte. Seguo qualche indicazione per gli hotel. Giro e rigiro. Cavolo, ci sono già passato di qui… Ma dove diavolo sono finiti gli alberghi. Sembra uno scherzo. Il Signore dei Viaggi si prende gioco di me? Seguo i cartelli che poi sembrano non portare da nessuna parte. Finalmente ne trovo uno di hotel, ma del tutto casualmente. Un segno che il viaggio prende sempre corpo da sé, non occorrono grandi programmi.
L’albergo non è sul fiume, dove sono passato poco prima, ammirandone la quiete, ma è poco fuori dal centro. Non importa. Adesso desidero solo una doccia e una buona birra.
Hotel des Marechaux, un piccolo tre stelle, una ben riuscita trasformazione di casa patrizia. Speriamo ci sia una stanza libera, il parcheggio interno mi sembra al completo. Una signora pienotta e molto gentile mi accoglie alla reception e con un gran sorriso mi offre così la certezza di una magnifica e fresca notte. Evviva, la camera c’è. E’ bella. Arredata stile impero, come tutto l’hotel. Ogni stanza è contrassegnata con il nome di un maresciallo di Francia. La mia è intitolata a un certo Kellerman, con tanto di ritratto e biografia. Quest’uomo ha attraversato la Storia, dalla rivoluzione a Bonaparte. La camera ha una finestra sul giardino. Non mi sembra vera così tanta pace dopo l’inferno dell’autostrada.
Scendo a scattare qualche foto alle innumerevoli stampe che tappezzano i muri, ovunque, dalla reception alla sala bar, lungo i corridoi, e in una confortevole sala musica con camino e pianoforte a muro. C’è anche una piscina, ma sono troppo stanco e anche affamato per pensare di andare a tuffarmi.
Le signorine della reception mi indicano un bistrot. Lo raggiungo a piedi, attraversando il silenzio di strade vuote. Scatto foto qua e là alle belle case conservate nello stile delle facciate con le travi a vista.
Appena arrivato al pub ordino una prima bière blanche. Wow! Mi sento re padrone della mia libertà. Festeggio nel mio cuore, anche se, forse, riempio un po’ troppo il mio stomaco…
La sera è fresca. Rientrato in stanza, il sonno tarda (ho davvero mangiato troppo). I pensieri si sparpagliano e mi gusto i colori della notte attraverso la finestra aperta sul silenzio.
Al risveglio gran colazione in giardino. All’improvviso vedo uno scoiattolo arrampicarsi lungo il tronco di un albero davanti a me. Corro a prendermi la macchina fotografica in camera.
Mi scapicollo in giardino, ma non c’è verso. Lo scoiattolo è sparito, o meglio, non si fa vedere da me. Ne approfitto per godermi i magnifici alberi che, fitti fitti, sembrano i veri custodi della storia della casa.
E’ tempo di ripartire. Carico le borse sul Burgman e via di nuovo in autostrada verso Giverny. Percorrere la tangenziale di Parigi, alla ricerca dell’uscita giusta, non sarà cosa semplice. D’altra parte è solo un piccolo borgo che vive per la casa di Monet e non sempre è segnato sulle carte a mia disposizione. Ho portato con me il navigatore. Un po’ controvoglia, ma ne approfitto.
Il traffico è molto più scorrevole, anche se circolano i mezzi pesanti. Al Burgman non danno noia. Li sorpasso senza risentire di vibrazioni o sbandamenti. Vivo la strada senza altri pensieri.
A Parigi devo uscire dal boulevard pèriferique per fare il pieno. Sbaglio l’uscita e poi anche l’entrata. Che idiota! Però non sono poi così tanti i distributori e quindi è anche facile sbagliarsi nel traffico parigino. Vabbè…
Appena fuori Parigi vedo addensarsi nuvoloni neri neri. Occorre una sosta rapida per vestire l’antipioggia. Questa volta ci siamo, il Signore delle Tempeste mi ha trovato. Ci incontriamo poco più avanti. Il temporale è più che violento lungo tutti i 70 km circa che mi separano da Giverny, accidenti a lui. La visibilità è scarsissima. L’acqua spesso allaga la carreggiata formando delle larghe pozzangherone e non riesco a leggere bene sul navigatore la via da prendere. Attraverso un paesotto dopo l’altro senza capire bene se sto andando nella direzione giusta. Intanto tempesta sul mio casco a più non posso. I guanti sono marci. Nonostante l’abbigliamento, l’acqua mi penetra lungo il collo. Cavolo! Bastava un po’ meno… Guido con la massima attenzione. In certi punti devo quasi guadare la strada.
Finalmente ecco Giverny, circa 500 abitanti, quattro casette, e l’indicazione per la casa museo di Monet. Speriamo di trovare un alberghetto, sono fradicio.
Se il dio delle tempeste mi insegue, quello dei viaggiatori mi sostiene. Trovo un due stelle, l’unico. Evviva! All’ingresso, dei turisti mi guardano un po’ sorpresi alla vista improvvisa di questo omaccione che gronda acqua. La padrona mi offre una piccola camera e la possibilità di parcheggio custodito. Meglio di così non poteva andare. Scarico il Burgman. Porto in camera le borse su per una scala stretta. Non c’è ascensore. Ridiscendo subito a sistemare la moto. Accidenti al parcheggio: è in terra battuta ricoperta di breccioline ed è pure in pendenza. E’ davvero una gran faticaccia spostare il bestione alla ricerca del giusto assetto, e senza cadere.
Mi sono anche dimenticato di telefonare a casa. Scopro con grande disappunto che il cellulare ha preso acqua. E’ inutilizzabile. Lo smonto. Tolgo la batteria, la passo sotto il phon, ma niente da fare. Vabbè, userò il telefono della camera. Cavolo, non funziona! La padrona non mi permette di usare il suo. Un attimo di panico. Sono isolato e soprattutto a casa chissà cosa staranno pensando senza mie notizie. Non posso farci nulla. Quella megera non mi lascia usare il suo telefono e a Giverny non ci sono altre possibilità. Andrò a cercare un telefono pubblico appena possibile. Quindi?… La cosa giusta da fare è una bella doccia calda e poi una bistecca e patatine, anche se è già pomeriggio.
La pioggia cessa. Le nuvole si diradano. Il cielo si apre e dà respiro a un pallido sole.
Posso gustare in pieno la meraviglia della visita alla casa museo di Claude Monet, dove ha vissuto per più di 40 anni, fino al giorno della morte, creando le sue opere tra le più conosciute.

Tra l’altro riesco a telefonare da un telefono a gettoni del museo. Meno male. Assaporo il momento della visita più che tranquillo. Ci sono molti turisti, tutti molto educati, scivolano tra le stanze, silenziosi e ammirati. Ci si incrocia senza intralcio. Un’inserviente invece continua a seguirmi per impedirmi di fotografare. Pas de photos, pas de photos! Ma che male faccio? D’altra parte non adopero il flash, quindi? Niente da fare. Non mi molla. A questo punto mi ci metto di impegno e, appena posso, fotografo lo stesso, per dispetto. Il risultato sarà anche discreto.
Il giardino di Monet è una sinfonia di colori. Mi cattura gli occhi e il cuore. Difficile descrivere l’andirivieni di emozioni di fronte a tutte quelle varietà di piante e fiori mai visti, almeno da me che non me ne intendo molto. Cammino per i piccoli sentieri che certamente anche il maestro ha percorso. Entro, letteralmente, nei suoi quadri. Mi viene in mente un episodio di Sogni di Akira Kurosawa, quando un ragazzo entra nei quadri di Van Gogh e lo incontra. Ricordo, era Martin Scorsese a interpretare Van Gogh. Per me, quì ed ora, non è proprio la stessa dimensione onirica, anche perché fotografo, fotografo tutto il colore che vedo.
Attraverso il sottopasso che porta allo stagno delle ninfee ed ecco mi affaccio su di un’altra intensa emozione. Mi sento rinfrancato e ripagato di tutta la fatica. Come posso ringraziare per così tanta bellezza?
Acquisto qualche souvenir e rientro in albergo. Ceno e poi una passeggiata per approfittare di qualche scatto ancora a un tramonto dai forti contrasti.
Durante la notte di nuovo pioggia e vento. Spero che la moto non cada. Il terreno era davvero molle. Il rumore dell’acqua sul tetto si fa man mano più dolce. La stanchezza prende il sopravvento.
Decido comunque di cambiare programma, niente Normandia, inutile prendere altra pioggia e altri rischi. Si torna indietro. Studio un percorso sulle statali che mi riporti fino a Auxerre. Basta autostrada, sennò che viaggio è?
Ed eccomi di nuovo in sella al mattino. Smuovere il Burgman dal fango ha richiesto tutta la mia energia e attenzione. I suoi 300 e più chili mi hanno sfiancato ancora prima di partire.
La strada è piacevole. Non piove più! Ogni tanto penso al cellulare foutu, ma non posso farci molto, ormai. Mi fermo per un pieno di benzina e provo a entrare in un piccolo centro commerciale. Neanche a farlo apposta c’è un negozio di telefonia. Spero. Chiedo aiuto, ma l’unica possibilità è acquistare un telefonino da 50 euro che possa leggere la mia scheda. Meglio di niente. Rifletto sul come sia strano sentirsi isolati (perché poi?). Siamo così subordinati a queste macchinette che spegnamo l’ascolto e il cuore, il sentimento, tutto a vantaggio di cosa? Non saprei. Tant’è.
Corro corro lungo le statali, sempre attento agli autovelox. Ce ne sono davvero tanti, fortunatamente ben segnalati. Mi perdo in questa campagna. Poi all’improvviso si alza un vento davvero impetuoso. Mi sbatacchia la testa da destra a sinistra. Riduco la velocità. Mi trovo spesso a guidare con la moto inclinata. Uffa! Non si può mai stare del tutto tranquilli a godersi il viaggio, ma forse il bello sta proprio in questo, nell’affrontare ciò che viene, quando e come si presenta. E’ lo spirito del viaggio, in sé e per sé. Il turismo è altra cosa. Questo penso, mentre mi fumo una sigaretta tenendo la moto ferma il più possibile sotto le raffiche di un vento davvero impietoso. C’è da dire, a suo merito, che ha cacciato la nuvolaglia nera che mi ha perseguitato il giorno prima. Bene così.
Arrivo a Orléans. Vado in centro, proprio dov’è la statua della pulzella, in Place du Martroi.

Diamine, che idea chiamarla piazza del martirio. Alla base della statua equestre, tutt’intorno, c’è in bella mostra anche un bassorilievo con il racconto del martirio nel dettaglio. Ma allora è una mania! Vado a mangiare un boccone. No! Anche il caffè in piazza si chiama ‘del martirio’. Ma insomma basta! Lasciatela riposare in pace.
Quattro passi, due foto – la cattedrale di Orléans è imperdibile – e via. Si torna a Auxerre. Il vento è cessato. Rimane la smania di andare, di partire, di arrivare non so dove e ripartire anche.
Stavolta mi fermo lungo il fiume. Vedo ormeggiati degli house boat. Sarebbe bello un giorno risalire la corrente dei fiumi di Francia su questi barconi.
Il mattino dopo si torna a casa.
Mi sveglio e piove. Antipioggia e via. Piove e poi smette. Ricomincia il caldo non appena cessa la pioggia. Afa. Mi fermo e tolgo l’antipioggia. Respiro. Oh no, ricomincia a piovere forte. I guanti sono marci. In un autogrill compro dei guanti da lavoro e una commessa gentile mi offre anche dei sottoguanti in lattice. Che meraviglia, ho finalmente le mani asciutte. Vado avanti. Sono indolenzito un po’ dappertutto. Ho male alle mani e al fondoschiena. Mi fermo spesso. Fumo. Bevo caffè. Alle mie spalle di nuovo i nuvoloni. Via di corsa. Altra strada. Poi sosta e ancora i nuvoloni. Stavolta non mi freghi, non mi acchiappi più, caro il mio signore delle tempeste. Vado a sud, torno a casa!
Arrivo a Torino che è buio. Ho il magone. Il tempo del viaggio e della scoperta di qualcosa dentro è finito. Almeno per ora.
Dario Arpaio